Biografia


foto Giovanni Giovanetti per Poesia

AUTOBIOGRAFIA

L’Infanzia, la vita degli Oggetti e la scoperta del Mistero

Sono nata a Milano, ma in una famiglia di origine friulana: quella friulana è una cultura di confine, mia nonna era appassionata di Thomas Mann, e la mia infanzia è stata circondata dall’aura di leggende mitteleuropee, nordiche e slave. Da questo ho derivato l’amore per la natura vista anche come sede di incantamenti e magie, animata da presenze, e anche la profonda convinzione - alimentata in particolare dalla lettura dei racconti di Andersen e Maeterlinck - che gli oggetti inanimati abbiano una loro vita misteriosa che si manifesta soprattutto quando noi non ci siamo, o non li vediamo, e questo in seguito sarebbe confluito, insieme ad altre suggestioni, nel mio primo libro di poesia, Inganno Ottico, in cui ciò che è inanimato ha largo spazio. Del resto ai tempi di questo libro leggevo anche molto un poeta francese, Francis Ponge, che aveva scritto poesie che amavo sugli oggetti e sugli animali.

A tutto questo substrato ha attinto la mia scrittura e quando è uscito il mio primo libro di poesia, nell’85, Inganno Ottico, per il quale avevo ottenuto l’anno prima il Premio Montale per l’Inedito, qualche critico osservò che il mio modo di scrivere “non era tanto italiano”, così per la prima volta riscoprii e diedi importanza alle mie lontane origini friulane. “Tanto italiani” non lo sono in genere gli scrittori del Nord-Est : poeti come Saba, narratori come Ippolito Nievo, come Italo Svevo, o, in tempi più recenti, come Sgorlon o Tomizza o Mario Rigoni Stern, se per italiano si intende soprattutto una tradizione di derivazione toscana.

Sono stata una bambina

timida, sognatrice, che girava per i boschi da sola parlando con i funghi e arrampicandosi

sugli alberi e credeva fermamente a una cosa: che il mistero esiste ma non bisogna scoprirlo, perché svelarlo del tutto significherebbe anche perderlo Crescendo, ho scoperto che a far intravedere questo mistero senza che tuttavia cessasse di essere tale poteva servire benissimo la poesia.

Questa convinzione doveva continuare ad alimentare in seguito la mia scrittura e ultimamente mi ha spinto a fondare una nuova rivista di poesia che si chiama Poesia e Spiritualità, la quale si propone appunto di indagare questo mistero servendosi degli strumenti della poesia ma tenendo presenti queste parole che amo molto del famoso filosofo rumeno Lucian Blaga: “La conoscenza può solo dissimulare il mistero o riconoscerlo come tale”.

Quando avevo circa 4 anni feci un sogno che ho sempre ricordato: salivo su una collinetta che conoscevo bene e sulla quale la luna pareva essersi posata: così pensavo che arrivando in cima avrei potuto toccarla. Ma quando fui lì scoprii che la luna era in realtà ancora lontanissima. Invece che dispiaciuta, ne fui contenta. Molti anni dopo avrei scritto su questo un racconto per bambini intitolato Lucio e la luce della luna. Un po’ lo stesso tema trattato da Zanzotto in Senhal, quando lamenta che l’allunaggio degli astronauti abbia tolto alla luna il suo poetico mistero. Anche oggi per me la necessità del mistero è essenziale. Il mistero ci circonda, ci insegue, ci provoca da ogni parte. Dobbiamo porgere l’orecchio e aguzzare la vista per percepire e decifrare i segni che ci manda attraverso il Silenzio. Perciò è importante anche il Silenzio, fare degli esercizi di silenzio.

Come fare a diventare una scrittrice?

Spesso mi si è chiesto quando ho cominciato a scrivere poesie. Una domanda che credo venga fatta a tutti i poeti. Io non mi ricordo quando scrissi la mia prima poesia né quale fosse né perché mai mi misi a scriverla , ma mi ricordo di qualcosa che qualche critico ha chiamato recentemente “la mia leggenda”. A 8 anni già avevo scritto alcune poesie che, di nascosto da me, erano state lette in qualche altra classe dalla mia insegnante, la quale disse a mia madre che da grande sarei diventata una poetessa nota. Io questo però lo seppi soltanto per caso moltissimi anni dopo. Allora tuttavia sognavo già di diventare una scrittrice, scrivevo da sola quasi tutti i testi del giornalino di classe, con delle filastrocche ispirate a quelle degli allora famosi personaggi del Corrierino dei Piccoli, e poiché le suore, da cui andavo a scuola, ci portavano spesso a pregare in cappella, una volta feci a Dio una preghiera particolare: se mi avesse aiutato a diventare una vera scrittrice, per “sdebitarmi” avrei scritto anche tre libri per bambini. In effetti allora pensavo che i libri per bambini dovessero essere poca cosa in confronto ai libri per adulti. Non potevo immaginare che spesso è più difficile proprio scrivere per bambini: ma io, come tutti i bambini piccoli, volevo essere “grande”. Comunque sono stata punita per questa presunzione, sia pure benevolmente, e certo con qualche ironia: il mio primo libro, nel 1979, è stato un libro per bambini che doveva diventare famoso, L’Albero delle Parole, un libro che vuole dare ai bambini una chiave per leggere la poesia, e anche l’ultimo che per ora ho scritto, Le parole magiche, è un libro per bambini, che questa volta vuole dare loro una chiave per scrivere la poesia. e con il quale dovrei aver saldato il mio debito: insomma, una poetessa e una scrittrice, con qualche necessaria fatica, lo sono diventata.

Un’infanzia in campagna e le future battaglie civili

Ma, accanto alla bambina sognatrice, esisteva anche una bambina ribelle e avventurosa, che amava soprattutto la libertà. E lì vanno trovate le prime radici di una mia posizione perennemente anticonformista, e desiderosa di combattere per le cause che mi sembrano vere anche se sono difficili, e i diritti umani e civili, come ho fatto anche in questo caso in seguito realizzando nel 1999 con Mario Luzi il Manifesto Europeo per la Pace, in occasione della guerra del Kossovo, prendendo parte a battaglie ecologiche come quella di Aria Protetta a Milano, scrivendo poesie e articoli di carattere civile in particolare nella rubrica Il vaso di Pandora sulla rivista Odissea . E sposando la causa di Autori, per quanto si riferisce alla poesia, che l’establishment aveva lasciato da parte per ragioni varie, ma estrinseche al loro valore, come Emilio Villa, cui la giuria del Premio Poesia Aperta da me fondato con il patrocinio del Comune di Milano, nel 1990, doveva conferire il primo riconoscimento importante, poi imitato da molti, ma solo dopo decenni in cui era stato ignorato, e come Fernanda Romagnoli, anch’essa dimenticata nonostante la straordinaria qualità della sua poesia, e di cui, dopo dieci anni di battaglie, sono finalmente riuscita a far riparlare curando per Scheiwiller una edizione postuma comprendente gli ultimi inediti, che è stata pubblicata nel 2003.

Dopo un’infanzia libera e felice a Bergamo, dove allora lavorava mio padre, con i sapori della campagna, la raccolta del fieno, la polenta e i conigli, trascorsi l’adolescenza a Milano dove ero nata e studiai al famoso Liceo Parini che allora per l asua severità era un vero incubo. Ricordo quegli anni come noiosissimi, mi fecero perfino odiare la letteratura che amavo. Fu allora che mi ripromisi di evitare appena possibile qualsiasi rapporto con la scuola: certamente non sarei mai diventata un’ insegnante. Anche qui la vita mi doveva dare una benevola tirata di orecchie perché anni dopo, in seguito alla pubblicazione de L’Albero delle Parole, senza rendermene conto, dovevo iniziare un lavoro nelle scuole che ormai dura da più di 25 anni, con laboratori di poesia soprattutto per le elementari e le medie e corsi di aggiornamento per gli insegnanti. E poi ho cominciato anche a tenere corsi di Scrittura Creativa. Ma ai tempi del Liceo, poiché studiavo velocemente, potevo dedicare per fortuna una buona parte del mio tempo a leggere libri assolutamente estranei ai percorsi scolastici, e sognavo di diventare una giornalista.

L’Università al crocevia dell’Europa

Per un altro trasferimento dovuto sempre alla professione di mio padre, appena finito il liceo mi ritrovai a frequentare l’università in Belgio, la famosa università di Lovanio, un vero punto di intersezione fra cultura francese, germanica e scandinava, e questo rinforzò quelle influenze culturali estranee alla tradizione italiana che già avevo assorbito nell’infanzia. Fui influenzata dall’arte fiamminga, dall’atmosfera delle “villes mortes” come Bruges, da poeti come Verhaeren, e anche dalla fantasia bizzarra che caratterizza quella cultura. E imparai il francese come una seconda lingua, il che mi doveva molti anni dopo mettere in stretto contatto con il mondo della letteratura francese, con il quale mantengo tuttora fitti rapporti. Feci così una prima esperienza di vita all’estero, con le difficoltà che questo comporta riguardo all’inserimento in un ambiente con abitudini, mentalità, backgroud completamente estranei. Non fu facile, ma mi insegnò molto. Soprattutto mi insegnò a guardare le cose da una prospettiva già europea (Bruxelles era già sede dell’Unione), ad adattarmi ad ambienti diversi, a coltivare i rapporti e gli scambi con altre culture, e tutto questo doveva continuare anche in futuro a caratterizzare la mia vita. Anche nel mio lavoro letterario infatti ho sempre privilegiato gli scambi internazionali e non è a caso che tengo oggi sulla rivista Poesia una rubrica dal titolo La poesia italiana all’estero.

La mia del resto già da prima era stata una famiglia di viaggiatori e anche questo mi ha influenzato in vari modi. I miei nonni materni, all’inizio del Novecento, avevano vissuto per alcuni anni in Cina. Mio nonno aveva un incarico nella costruzione di una delle grandi linee ferroviarie che si cominciarono a costruire allora attraverso lo sterminato territorio cinese, ma scriveva anche reportage sulla Cina e si interessava di buddismo. In seguito mi sono anch’io interessata al buddismo e soprattutto allo zen, con la sensazioni di ritrovare radici in qualche modo familiari. L’influenza dello zen, del Tao e più generalmente del pensiero orientale sarebbe stata determinante per la mia vita e la mia scrittura, e alla fine degli Anni Ottanta il critico Paolo Lagazzi doveva parlare di me sul Raccoglitore della Gazzetta di Parma come dell’”unico poeta zen italiano”. Ripercorrendo questi primi anni della mia vita mi accorgo una volta di più come tutto sembra essersi sviluppato e collegato secondo un disegno preesistente, intrecciando molti fili fra passato e presente, e questo mi porta a ritenere che la casualità non esista, ma la vita di ciascuno di noi segua un preciso disegno che si fa nitido solo con gli anni.

Gli inizi come giornalista: i reportage in Turchia


Fulvio Roiter oggi

Ma quando alcuni anni dopo, appena presa la laurea, andai ad abitare per un anno Istanbul, dove mio padre si era trasferito sempre per il suo lavoro, mi parve solo una bizzarria del caso che i miei nonni avessero vissuto anche loro un periodo a Costantinopoli, come si chiamava ancora allora la capitale della Turchia. Fu lì che, sollecitata dai viaggi che potei compiere in quel Paese affascinante ed esotico, cominciai a realizzare il mio sogno di diventare una giornalista e mi misi a scrivere dei reportage, viaggiando insieme al fotografo Fulvio Roiter, che cominciava già allora a essere famoso. Scrissi anche dei brevi racconti che piacquero alla Cederna e a Buzzati. Poi tornai in Italia da sola e mi stabilii di nuovo a Milano, decisa a provare le mie forze e a fare del giornalismo sul serio.Ricordo che Buzzati mi “commissionò” un racconto che non scrissi mai e che avrei difficoltà a scrivere ancora oggi: “La giornata di una ragazza ricca”. Prima di tutto io non ero molto ricca: stavo in un brutto appartamentino ammobiliato pieno di sedie e ceravo di stare dentro al mio stipendio allora di 80mila lire al mese facendomi invitare a pranzo e a cena più spesso che potevo. Poi ho sempre studiato o lavorato e avuto poco tempo per le mondanità e le piacevoli idiozie che si suppone debbano occupare la giornata di un ragazza ricca tipo. Inoltre non conoscevo né frequentavo nessuna ragazza ricca dato che le ragazze ricche che vedevo da lontano mi stavano antipatiche. Ma questo non tolse nulla alla mia g rande ammirazione né al mio entusiasmo per il “personaggio”Buzzati, di cui avrei scritto alcuni anni dopo un ritratto che egli apprezzò molto e mi mandò un telegramma di ringraziamento che da qualche parte nel mio disordine devo conservare tuttora.


Dino Buzzati

Ritorno alla letteratura , collaborazione all’Almanacco dello Specchio e scoperta di Bernard Noel

Tutti allora mi dicevano che entrare nella redazione di un settimanale era pressoché impossibile , ma ebbi fortuna e diventai presto giornalista professionista nei periodici Mondadori specializzandomi in inchieste e interviste e più tardi come inviata in Italia e all’estero. Tuttavia non dimenticai del tutto la letteratura e tenni a lungo rubriche di recensioni letterarie. Una serie di interviste – ritratti che feci a famosi narratori e poeti , tra cui Moravia, Buzzati , Bacchelli , Montale, ebbe molto successo e dopo qualche anno lasciai le redazioni e cominciai a scrivere libri della serie I grandi di tutti i tempi, sempre per la Mondadori, su pittori come Hogarth e romanzieri come Dickens e De Foe.

Nel frattempo mi ero sposata con un medico milanese e nacque mia figlia Simona , che doveva in seguito ispirarmi un libro di narrativa, che all’inizio si chiamava Storie di Simona e poi divenne Voglio avere gli occhi azzurri, sull’infanzia e il rapporto madre figlia.

Ma dopo alcuni anni di giornalismo, quando mi si prospettava una carriera di successo, l’amore per la letteratura riprese decisamente il sopravvento e decisi di ritirarmi a leggere e a scrivere approfondendo una mia dimensione interiore. Fu in quel periodo di isolamento e di concentrazione, in cui leggevo e studiavo moltissimo, che, in forma quasi “medianica”, doveva nascere Inganno Ottico, la cui pubblicazione suscitò molta attenzione. Molte persone vollero allora conoscermi e vennero a trovarmi per pormi domande sul significato di questi testi, cui per lo più veniva attribuita una connotazione nichilista per il ricorrere di immagini del Vuoto e del Nulla. Al contrario io le avevo sentite come uno stato di misteriosa pienezza. Ho parlato di condizione “medianica” perché si è trattato di un’esperienza particolare, che in questo modo non si è mai più ripetuta per quanti sforzi abbia fatto in seguito per favorirla ricreandone le condizioni oggettive. Ma negli anni ho capito che certe esperienze spirituali avvengono, come rivelazioni, una volta sola, per insegnarci qualcosa che poi dobbiamo e possiamo solo ricordare. A quel tempo andavo ogni mattina in un piccolo studio affittato da mio marito vicino a casa, dove potevo lavorare con tranquillità. Un amico scrittore mi aveva fatto avere una presentazione per Marco Forti, che allora dirigeva la collana di poesia della Mondadori, Lo Specchio, e da poco aveva fondato l’Almanacco dello Specchio, un antologia/rivista molto prestigiosa che usciva una volta all’anno e la cui pubblicazione costituiva ogni volta un vero avvenimento letterario. Io avevo scoperto per caso in biblioteca un piccolo libro in francese, Extraits du corps, di un autore allora in Italia del tutto sconosciuto, Bernard Noël, e ne proposi una parziale traduzione. Era un testo di poesia in prosa in cui il corpo era visto come un paesaggio minerale di organi e ossa inquietante e metafisico e messo in rapporto con la scrittura. Un testo che molti anni dopo, nel 2004, dovevo tradurre interamente in volume per Lo Specchio. Questo testo doveva influenzarmi molto, focalizzando la mia attenzione in modo definitivo sul rapporto fra la poesia e il corpo. Cominciai allora, attraverso Noël, a coltivare l’idea di una “coscienza del corpo” che doveva restare fondamentale nella mia poetica ed essere alla base di una riflessione sulla poesia che prese più tardi forma in un saggio destinato a diventare molto noto, La Poesia salva la vita. Quest’idea doveva poi svilupparsi e approfondirsi nell’incontro con le discipline e il pensiero orientale, cui ho già accennato. L’aver fatto conoscere l’opera di Bernard Noël in Italia, come continuai a fare successivamente per molti anni, e la nascita al contempo di un’amicizia e di uno scambio con il grande poeta francese a livello di traduzioni reciproche, letture , presentazioni, rapporti epistolari, ha costituito una parte importante della mia esperienza umana e letteraria ed è stata molto rilevante per la mia scrittura.


Bernard Noël

Il mio esordio poetico : messaggi venuti da lontano

Ma devo riprendere il filo di quella esperienza che ho chiamato “medianica”. Ogni mattina dunque andavo nel mio piccolo studio e dovendo accompagnare la traduzione con un breve saggio leggevo libri di filosofia e di critica letteraria francese che si muovevano in un’ area affine, come le opere di Blanchot, Derrida, Foucault, e fu così che scoprii anche Edmond Jabès , l’altro grande poeta ebreo egiziano ma assimilato alla cultura francese che anche dovevo essere io a introdurre per prima in Italia attraverso l’Almanacco dello Specchio e di cui avrei tradotto successivamente per Lo Specchio un volume di poesie dal titolo La memoria e la mano , uscito purtroppo postumo. Anche la sua amicizia e frequentazione dovevano esercitare su di me una notevole influenza.

In quelle mattine di studio, sempre alla stessa ora, e per nulla in forma programmata e volontaria, interrompevo la lettura perché mi si affacciavano alla mente delle parole che dapprima assumevano la forma di una domanda così che mi affrettavo ad annotare per non dimenticarmela, ma subito dopo mi giungeva spontaneamente una risposta che si faceva sempre più rapida, più circostanziata mentre io continuavo a scrivere sempre più in fretta, quasi incapace di tener dietro alla velocità con cui il pensiero si formava nella mia mente. E quando finivo , affaticata, le dita della mano indolenzite dalla penna, il tempo trascorso era sempre lo stesso: all’incirca tre quarti d’ora. La risposta terminava e io mettevo un punto alla fine dell’ultima frase- ma spesso si trattava di un’unica lunga frase - , chiudevo il quaderno e me ne andavo a casa. Questo continuò per circa due mesi e durante quel tempo io provai una straordinaria sensazione di felicità, sicché finivo per aspettare ogni giorno quel momento. Avevo al contempo la certezza che non si trattava di semplici riflessioni mie, ma che mi veniva trasmessa una Verità, di cui la mia mano era strumento. Mai per un attimo dubitai che si trattasse di qualcosa che aveva una rispondenza profonda in una realtà che si trovava al di là delle apparenze. Non pensavo affatto invece che potesse trattarsi di testi letterari e tanto meno poetici che andavano sommandosi di giorno in giorno a comporre un’opera. Me ne resi conto solo qualche tempo dopo e vidi che bastava togliere gli interrogativi iniziali e rielaborare leggermente lo stile, per farne dei testi di poesia in prosa”.


Marco Forti

Poiché a quell’epoca Marco Forti mi chiese se avevo dei testi miei glieli mostrai e uscirono con una sua presentazione sull’Almanacco dello Specchio n.8 con il titolo di “Poemetti in prosa” . Era il 1980, e non era cosa da poco esordire sull’Almanacco! Un esordio che doveva ricevere l’apprezzamento di Valentino Bompiani e anche di Vittorio Sereni, allora direttore letterario della Mondadori. Vittorio Sereni mi invitò ad andarlo a trovare, ma io ero allora così timida che continuai a rimandare e questo è uno dei miei grandi rimpianti, perché purtroppo egli morì prima che avessi trovato il coraggio di accogliere quel suo invito, così importante e significativo per una esordiente quale io ero.


Vittorio Sereni

L’incontro con lo zen e il formarsi di una poetica basta sull’inconscio

Una prova per me decisiva di una particolare origine di quei testi la ebbi comunque quando poco tempo dopo la loro pubblicazione conobbi un Maestro zen, Taiten Fausto Guareschi, che è stato anche il maestro di un grande critico amico, Paolo Lagazzi, e iniziai con il suo aiuto un cammino di meditazione che mi doveva portare lontano. Era un tempo allora in cui nella mia vita personale le cose erano diventate confuse e non sapevo cosa avrei dovuto fare, mi sentivo combattuta fra aspirazioni e doveri, e avevo molta paura di seguire i profondi impulsi e slanci che sentivo dentro me stessa. Quale non fu il mio stupore quando, avendo mostrato, non so nemmeno io perché, quei testi appena pubblicati a “ Fausto”, come lo chiamavamo tutti confidenzialmente, egli mi disse che tutte le risposte che cercavo erano lì, dentro quei testi, e che essi contenevano a mia insaputa una sapienza zen di cui allora non sapevo ancora nulla. Io allora mi muovevo a tentoni e quello che quei testi mi suggerivano – come messaggi - era proprio il contrario di quanto andavo facendo nella mia vita di tutti i giorni. Per esempio in un testo intitolato Il corpo e l’acqua il messaggio che mi veniva mandato era di abbandonarmi, di lasciarmi andare e di non voler a tutti i costi lottare e contrastare come è nel mio carattere. E questo è proprio un insegnamento basilare dello zen e del Tao. Avrei in seguito cercato di arrivarci coscientemente pian piano in lunghi anni di tentativi e di sforzi, attraverso la meditazione zen e poi alcune forme di yoga, alcune delle quali pratico ancora oggi.

Da dove mi erano venuti quei messaggi? Dall’ inconscio collettivo che ci è stato svelato da Jung e che contiene una saggezza archetipa? da una Anima Mundi come la chiamava Yeats? Queste domande ovviamente non possono avere risposta, ma da allora la mia fede e la mia esperienza di questa dimensione altra, la cui origine è inattingibile dalla nostra coscienza, non hanno fatto che rafforzarsi, alimentando sia la mia vita sia la mia opera letteraria e mi hanno spinto ad approfondire il più possibile studi e letture di testi sull’inconscio, in particolare di Jung e di Hillman, e di testi esoterici e sapienziali, leggendo con voracità sulla Kabbala (specie in seguito all’influenza dell’opera di Jabès) sui simboli e il Mito, sull’alchimia e l’orfismo, sugli antichi Misteri , sulla gnosi e il sufismo. Sono stata influenzata anche dalla ricerca esoterica e psicoanalitica sul Mito condotta dall’artista greca Poly Kasda con cui ho avuto molti scambi e con cui ho trovato straordinarie convergenze. Da tutto questo doveva nascere anni dopo , come in una fulminea sintesi, un testo sapienziale come il poema Colui che viene, scritto a Patmos, e influenzato anche dalla lettura che colà feci dell’Apocalisse, In ogni caso dall’esperienza di Inganno Ottico ha avuto inizio la mia percezione di una natura che vorrei chiamare medianica della scrittura. E su questo ho basato la mia convinzione della capacità della poesia di farci portarci verso questa dimensione nient’affatto intellettuale, ma intuitiva, creativa, sapienziale, legata alle radici stesse del Mito e del Sacro, attraverso il linguaggio simbolico. Questo è diventato il punto di partenza della mia poetica, non molto lontana da quella dei poeti che si rifanno al Mito, ma il mio rapporto con il Mito ritengo sia diverso dal loro: non si tratta per me di rielaborare i grandi Miti che ci sono stati trasmessi e di farne materia poetica, ma di riscoprire gli archetipi ancora oggi vivi dentro di noi attraverso la parola poetica e cioè per via analogica, e il loro condurci attraverso un cammino di scoperta del Sé, riecheggiando microcosmo e macrocosmo.

Da allora per me vita e scrittura hanno continuato a intrecciarsi indissolubilmente , e io ho continuato a credere che non siano distinguibili e che quindi non si possa pensare alla letteratura come a un semplice artificio letterario, o a un’operazione estetica fine a se stessa, a un gioco verbale , a una sfida intellettuale o a un esercizio dell’immaginazione, e nemmeno a una semplice espressione del sentimento. Da un simile poetica è nata anche La Poesia salva la vita. Se si può parlare di prove, posso dire che la prova della verità d queste mie intuizioni è sempre stata almeno per me la forte rispondenza che questi miei testi hanno trovato nelle persone, al di fuori da ogni moda letteraria, e magari contro di essa.

Gli Anni 80: Inganno Ottico, L’Albero delle Parole, Penetrali, l’incontro con Edmond Jabès, Millelibri.


Antonio Porta

Gli Anni 80 non hanno fatto che sviluppare queste premesse. La pubblicazione de L’Albero del Parole presso Feltrinelli nel 1978 , voluta dal poeta Antonio Porta, doveva essere l’inizio di un cammino che ha fatto di questo libro un classico, continuamente ripubblicato in nuove edizioni e ristampe, e che ha ormai superato il trentesimo compleanno, il che, considerata la durata media dei libri oggi, è davvero un bel record. Esso figura in tutte le bibliografie scolastiche ed è considerato dagli insegnanti uno strumento indispensabile. Alcune persone sono venute a mostrarmi , ad anni di distanza, la loro copia accuratamente conservata della primissima edizione, tenuta insieme con lo scotch come se si trattasse di un prezioso reperto. In realtà L’Albero delle Parole nacque come regalo di Natale per mia figlia, che allora aveva circa dieci anni, e una volta, vedendomi sempre circondata dai miei libri di poesia, mi chiese come regalo di Natale appunto un libro di poesie, manon per bambini(espressione che mi doveva ricordare qualcosa!!).

Dopo averci pensato un po’, passando mentalmente in rassegna vari autori, le risposi che non era possibile trovare un libro di poesie che lei potesse leggere interamente, ma poiché mi spiaceva deluderla, mi dissi che questo libro per farle piacere potevo inventarlo io e strada facendo l’idea si trasformò in una scommessa: dimostrare che i bambini potevano capire testi della grande poesia contemporanea, naturalmente scelti nell’ambito della loro esperienza e dei loro interessi, . meglio degli adulti, perché il loro approccio era quello giusto: intuitivo e sensoriale. Mia figlia mi aiutò moltissimo a realizzare questo libro perché sulle poesie che mano a mano sceglievo lasciavo sempre a lei l’ultima parola. A volte, se lei diceva che un poesia non andava bene,” Perché no?” le chiedevo. “No perché no”, rispondeva lei e io anche a malincuore la scartavo.

Sommessamente, senza volerlo affermare, questo fu l’inizio, credo, di una piccola grande rivoluzione per quanto riguardava l’insegnamento della poesia nella scuola: allora sembrò qualcosa di arrischiato, adesso le idee che propugnava sono io credo grandemente accettate. A distanza di anni vedo che l’atteggiamento degli insegnanti è cambiato e sono felice di pensare che un certo merito vada proprio al mio libro, forse il primo a tracciare un certo cammino per uscire dal grazioso ma limitato recinto delle filastrocche e dei nonsense.

L’Albero delle Parole fu presentato per la prima volta a Milano nella famosa Libreria dei Ragazzi di Roberto Denti che allora era vicino a piazza Cordusio e ricordo che Antonio Porta fu presente e venne apposta Zanzotto, il quale arrivò all’ultimo momento e tenne per tutto il tempo dentro la libreria il cappello in testa perché aveva paura delle correnti d’aria. Fra Porta e Zanzotto io ero invece senza parole e con il cuore che mi scoppiava. Poi il libro ebbe il Premio della Biblioteca dei Ciechi di Monza e fu in parte tradotto in caratteri Braille: una delle cose che mi hanno dato più gioia.


Roberto Denti

Con questo nome, L’Albero delle Parole, iniziai poi e tenni per alcuni anni una rubrica sulla rivista per ragazzi Andersen ideata da Gualtiero Schiaffino, e fondai anche il Premio Andersen/L'Albero delle Parole, nella cui giuria figuravano Andrea Zanzotto Antonio Porta e Gina Lagorio e la cui premiazione annuale si teneva nella Libreria dei Ragazzi di Roberto Denti, il quale tra parentesi, fu un grande sostenitore e fan de L’Albero delle Parole e ne scrisse. Anche il mio premio voleva essere indirettamente polemico: non un premio all’enfant prodige, qualcosa che andasse ad alimentare il narcisismo e magari ambizioni sbagliate, ma un premio a un lavoro collettivo fatto in classe con il supporto dell’insegnante per capire che cosa è la poesia. E quindi un premio per ogni livello di classe dalle terze elementari alle prime medie e una segnalazione dell’opera delle insegnanti che più si erano impegnate per un discorso nuovo e diverso sulla poesia. Il Premio continuò con successo per qualche anno e mi è rimasta sempre la nostalgia di rifarlo.

Successivamente Antonio Porta mi invitò a scrivere un racconto per una antologia per ragazzi che aveva in mente e che doveva essere anch’essa una provocazione: infatti invitò a scrivere questi racconti famosi scrittori di allora per adulti (ecco che si riaffacciava di nuovo il pensiero della mia infanzia!) per combattere il pregiudizio di una separazione di generi e di una gerarchia di valori. Al libro che uscì con il titolo L’Astromostro nel 1980 dovevano collaborare tra gli altri Maria Corti Giuseppe Pontiggia Antonio Tabucchi Italo Calvino Ferruccio Parazzoli . Fra tanti grandi nomi io ero l’unica quasi sconosciuta e fui molto grata a Porta per il suo invito. Scrissi due racconti: uno scherzoso intitolato La gallina (che fu qualche tempo dopo pubblicato sulla rivista della Cariplo allora diretta da Giampaolo Rugarli)e uno poetico intitolatoIl fiore dell’agave. Porta scelse quest’ultimo e mi disse: Diventerai famosa per questo racconto”. Profezia che purtroppo non si è avverata anche se molti anni dopo esso doveva esser ripreso in una plaquette edita dalla LietoColle. Magari si avvererà un giorno chissà quando?

In quegli anni in realtà pensavo di dedicarmi soprattutto alla narrativa e un mio primo raccontosatirico e non per bambini dal titolo Il Bacio fu pubblicato sul numero uno di una nuova rivista fondata da Aldo Rosselli. Ma soprattutto iniziai allora la stesura di quella che doveva diventare un’opera narrativa importante, con il titolo iniziale di Storie di Simona e che avrei continuato a redigere molto lentamente durante sette anni. La difficoltà con cui la scrivevo era dovuta al fatto che essa rielaborava materiali inconsci legati all’infanzia zia e ad alcuni traumi affettivi che avevo subito a quel tempo.

Intanto come ho già detto avevo scoperto Edmond Jabès e poco tempo dopo potei anche conoscerlo. Anche in questo caso tradussi alcuni suoi testi per l’Almanacco dove uscirono all’inizio degli Anni 80 e furono i primi almeno di rilievo in Italia e la mia versione del titolo della sua grande opera Le Livre des Questions in Il libro delle interrogazioni fu quella poi adottata definitivamente. Si trattava di un’enorme opera in 11 volumi , in prosa poetica: Jabès aveva molto apprezzata la mia traduzione e avrebbe voluto che la traducessi per intero, così come aveva un solo traduttore in Germania e negli Stati Uniti. Ma la sua opera mi avrebbe assorbito totalmente per anni, così rifiutai. Dovevo accettare di tradurre, anni dopo, su sua richiesta, un volume di brevi liriche, La memoria e la mano, di cui h già accennato che purtroppo per ritardi editoriali uscì postumo. Purtroppo la fortuna critica di Jabès in Italia fu grande ma quella editoriale fu scarsa, a sia per la mole della sua opera sia forse per una sua incapacità di valutazione, e la sua opera finì per disperdersi in molti rivoli disparati di piccoli editori. La memoria e la mano che uscì d Mondadori a quanto mi risulta fu l’unico ad apparire presso un grande editore. Chissà che un giorno tutta la sua opera venga ripresa e ricomposta magari in un Meridiano.

Anche con Jabès doveva nascere un’amicizia. Partecipai con lui a diversi incontri e letture, ricordo in particolare quelli al Centre Culturel allora di via Bigli a Milano e a Santa Croce a Firenze. Più volte fui a casa sua a Parigi o lui venne con la moglie a cena a casa mia. Ricordo che in quelle serate spesso parlava del deserto, di quando al Cairo


Edmond Jabès

andava a trascorrervi da solo la notte dormendo alla luce delle stelle. Nella sua opera il deserto diventa una grande metafora dell’erranza e della vita. Questo mi indusse a voler fare io stessa un’esperienza del deserto e qualche anno dopo mi recai a Eilat sul mar Rosso e di lì in jeep attraverso il deserto sino al monte Sinai. Un’esperienza straordinaria di silenzio e di una libertà antica e sconfinata quale non provai mai in nessun altro luogo della Terra.

Intanto continuavo a collaborare regolarmente all’Almanacco con proposte di traduzione e fu così che introdussi in Italia un altro poeta, l’inglese Jon Silkin, un’altra influenza sulla mia poesia di quegli anni, soprattutto attraverso le sue bellissime poesie metafisiche sui fiori, tema che amo molto anch’io e he sono andata sviluppando a partire soprattutto dal mio secondo libro di poesia, Penetrali. Anche con lui ci furono incontri e letture, in particolare ricordo quella al British Council di Milano e nel corso di un Convegno a Catania organizzato da Mario Grasso. Silkin tradusse alcune delle mie poesie, che si possono trovare su Internet.


Maria Luisa Spaziani con Mario Luzi e Giorgio Caproni nella giuria del premio Montale

Avevo continuato a scrivere anche di poesia e alla fine mi ritrovai un manoscritto che intitolai Inganno Ottico e nel 1984 presentai a Maria Luisa Spaziani per il Premio Montale per l’Inedito. Maria Luisa Spaziani era stata una degli autori più amati della mia adolescenza e mi parve un miracolo poterla conoscere e vedere che si interessava alle mie poesie. Ebbi la fortuna di vincere , insieme ad Alberto Sitta. Ricordo che nella giuria c’era allora il compianto Giorgio Bassani che mi fece dei complimenti… per la mia scollatura! Inganno Ottico doveva essere pubblicato l’anno dopo 1985 dalla Società di poesia-Guanda con una introduzione di Maurizio Cucchi. Inganno Ottico riscosse molto interesse sia da parte della critica sia incredibilmente da parte di sconosciuti lettori. Ricordo che una mattina ricevetti una telefonata da Torino di un infermiere che lo voleva regalare alla fidanzata e non lo aveva trovato in libreria. Come aveva trovato il mio numero di telefono? ma guardando sull’elenco, a cominciare dalle grandi città, prima Milano…. Poco dopo la pubblicazione infatti una volta entrai nella Libreria Feltrinelli vicino a piazza Fontana a Milano per cercare una rivista e rimasi sbalordita perché il commesso mi venne incontro dicendo”Lei è Donatella Bisutti. Il suo è l’unico libro che è andato esaurito e l’abbiamo riordinato”. E io: “Ma come fa a sapere chi sono?” “ Ma c’è la sua foto sulla copertina!” E poi è vero che i poeti sono distratti!


Giorgio Bassani

La recensione di Pier Mengaldo su Panorama sembrò una consacrazione e molti mi profetizzarono un futuro che doveva essere smentito dai fatti. Infatti dopo Inganno Ottico una mia raccolta di poesia non è mai più stata pubblicata in Italia da un editore di rilievo e ho pubblicato solo all’estero o in plaquettes, e in riviste. Sono anche stata esclusa in questi anni da tutte le antologie importanti. Le ragioni di questa che spesso mi è sembrato una forma di ostracismo sono tutte da vedere.

Nel frattempo mi ero separata da mio marito e nella mia vita privata era cominciato un cammino pieno di difficoltà e anche di solitudine .

Nell’84 era anche uscita un’anticipazione del romanzo Storie di Simona su una nuova rivista fondata da Raffaele Crovi . Crovi, sempre molto attento a scoprire nuovi scrittori, aveva recensito favorevolmente una mia traduzione di poesie della famosa scrittrice Erica Jong per Bompiani, Frutta & Verdura e mi aveva chiesto di mandargli il primo libro di narrativa che avessi scritto. Si innamorò delle Storie e volle aprire con questa anticipazione il primo numero de Il Bel Paese che intendeva riprendere il famoso Menabò di Vittorini. Chiese anche una presentazione a Giuseppe Pontiggia, che scrisse un bel saggio dal titolo L’Alfabeto del mondo.Questa anticipazione venne molto recensita e le Storie si conquistarono una serie di fans. Ma qui cominciarono anche le disavventure di un libro che doveva vedere la luce come tale….più di dieci anni dopo.


Raffaele Crovi

Intanto nel 1987 nasceva una nuova rivista della Giorgio Mondadori, Millelibri, il cui ideatore e direttore fu per anni Renato Olivieri, già mio direttore anni prima quando lavoravo come giornalista alla Arnoldo Mondadori. La sua idea era quella di fare in Italia qualcosa di simile alla francese Lire. Mi invitò a collaborare e mi affidò interamente la pagina della poesia, che redassi per sette anni, quando purtroppo per ragioni di fatturato la rivista fu sospesa nel 1993 , e il dispiacere di molti lettori dura ancora oggi. Su questa rubrica mi sforzai di dare un rendiconto puntuale della poesia italiana di quegli anni, senza indulgere a preferenze personali e ad esclusioni soggettive, il che non mi sembra, anche per esperienza personale, venga fatto abitualmente. Infatti non mi risulta che questo, che io facevo non per opportunismo, ma per amore di obiettività, come del resto faccio ora nella mia attuale rubrica su Poesia, mi sia stato ricambiato.

Purtroppo il nostro panorama culturale è afflitto, come tutta la nostra vita nazionale, politica, sociale e culturale, dall’antico vizio del clientelismo, del do ut des, del rapporto di amicizia. Motivo di tante fughe all’estero di “cervelli” italiani oggi, per la quale si stima una perdita di 500 milioni di euro all’anno per il nostro Paese. Con la poesia non si perde niente in euro, ma si perde in vivacità e buona salute della nostra letteratura. Purtroppo forse l’Italia da questo difetto non si riavrà mai e chi per una questione etica rimane fuori da questa logica, come ho sempre fatto io, deve prepararsi ad affrontare le conseguenze di, diciamo così per usare una parola oggi di moda, scarsa visibilità. Non per questo intendo cambiare stile.

Avevo nel frattempo conosciuto Noël nella sua casa a Parigi e gli avevo mandato successivamente una copia di Inganno Ottico. Fu con stupore ed emozione che intesi qualche tempo dopo la sua voce lenta e profonda al telefono che mi diceva: “Ils sont beau tes poèmes!” Una frase che ricordo ancora, soprattutto quando per l’ennesima volta mi ritrovo ignorata in tutte le iniziative e manifestazioni italiane ufficiali. Così Noël senza che mi fossi sognata di chiederglielo tradusse Inganno Ottico e con il titolo di Leurre Optique (cosa su cui qualcuno poi naturalmente malignò, perché poi c’è sempre anche qualcuno che naturalmente te lo riporta))e lo fece pubblicare in Francia nel 1989 nelle Editions Unes di Jean Pierre Sintive, dove uscivano anche suoi testi. La presentazione alla Libreria Italiana di Parigi fu fatta nientemeno che da Bernard Noël ed Edmond Jabèe insieme e alla presena di un altro grande poeta, Jean Tardieu ,che nel frattempo avevo conosciuto e di cui avevo scritto un ritratto per Millelibri. Un evento davvero irripetibile e addirittura esagerato nella mia vita.

A quel tempo tornai in qualche modo al giornalismo sia pure culturale redigendo alcuni numeri tematici del Raccoglitore, supplemento della Gazzetta di Parma, in particolare sulla poesia in dialetto. Tenni anche per qualche tempo una rubrica di poesia sul settimanale Oggi dove dedicai una puntata ad Alda Merini allora dimenticata. Qualche tempo dopo essendo nella giuria del Premio Moncalieri (l’unica giuria di poesia di cui sia mai stata chiamata a far parte, nonostante abbia forse le carte in regola più di altri con il lavoro di critica militante e di saggistica che ho svolto per decenni, per dire qualcosa sul poesia italiana, ma d’altra parte tutti conoscono la logica sottesa ai premi , che ha suscitato spesso vivaci quanto inutili polemiche sulle pagine dei nostri quotidiani e delle nostre riviste) riuscii a fare istituire all’ultimo momento un Premio Speciale del Presidente e a farlo dare alla Merini.

Entrai a quell’epoca anche nel comitato di redazione della rivista Poesia di Crocetti su cui da allora pubblicai alcune volte dei miei testi poetici, servizi e recensioni. Scrissi poi anche per la rivista Arte sempre della Giorgio Mondadori, in particolare sul pittore Carlo Mattioli , di cui anche divenni amica.


Carlo Mattioli – Aigues mortes

Per un volume che venne pubblicato in suo omaggio mi fu chiesto di scrivere qualcosa e composi la serie di poesie Divagazioni sulla luna, ispirate ai suoi acquarelli (uno poi me ne donò). Anche la pittura di Mattioli doveva influenzare una fase successiva della mia scrittura poetica, più lirica, e le Divagazioni dovevano confluire nella plaquette Penetrali pubblicata nel 1989 per interessamento del critico Giovani Tesio , che me la richiese, come primo volume di una collanina da lui diretta per un piccolo editore piemontese, Boetti& C. Le liriche uscirono con un suo bellissimo saggio introduttivo che seppe cogliere molto bene, a quel’eccellente critico che è, quelle che erano le ragioni profonde della mia poesia.

Anche Penetrali fu accolto da molte recensioni . In particolare riscosse il plauso di Giorgio Caproni, poeta per il quale io avevo un’ammirazione sconfinata , ma che non osai mai andare a trovare tanto la sua grandezza mi intimidiva. Seppi solo dopo la sua morte, per caso, da so figlio, che più di una volta aveva fatto il mio nome e questo fu per me un altro straordinario regalo.


Un paesaggio lunare dipinto sul mio viso da un’artista francese nel 2005

Penetrali doveva costituire un’anticipazione di un mio secondo libro che avrebbe dovuto essere pubblicato da Marco Forti nello Specchio e che avrebbe avuto una lettura molto positiva sia dello stesso Forti che di Giuseppe Pontiggia e di Niva Lorenzini, ma che, avendo lasciato Marco Forti proprio in quel periodo la direzione dello Specchio, non venne mai più pubblicato e non ha mai visto la luce, se non parzialmente in volumi usciti all’estero. Penetrali doveva restare l’unica pubblicazione di poesia di un qualche rilievo in Italia per molti anni .


Giovanni Tesio

Ma comunque , come ho già detto, una raccolta completa delle mie poesie in Italia non è mai stata pubblicata ancora oggi . Con il passare del tempo mi sono chiesta se la mia situazione di Autrice nell’ambito del nostro panorama letterario non potesse considerarsi l’oggetto di un vero e proprio mobbing, e se forse si dovrà aspettare fin dopo la mia morte. E ancora. Quanto è accaduto a una grandissima poetessa come Fernanda Romagnoli, con la quale certo non posso reggere il confronto, è istruttivo al riguardo. D’altra parte il fatto che oggi per esempio poeti come Cesare Pavese e Pasolini, siano onorati all’estero e dimenticati o sottovalutati da noi, ha il suo significato. E noto di sfuggita come da noi per lo più la critica , mi riferisco anche ai due nomi in questione, parta più da considerazioni personali, magari anche politiche, che non da un’analisi obiettiva dell’opera , o per lo meno diciamo che quest’ultima è dalle prime pesantemente condizionata. Ma è talmente ovvio per tutti noi che non mette conto dirlo per evitare di risultare addirittura ingenuamente risibili.

Dalla fine degli Anni Ottanta , quindi , dovevo anch’io ricevere migliore accoglienza all’estero , e in particolare fui invitata a partecipare a dei festival in Belgio, Paese dove dopo l’università non ero più ritornata, e che doveva dami molte gratificazioni. Infatti nel 1990divenni presidente dell'Association Européenne pour la Diffusion de la Poésie con sede a Lovanio in Belgio (di cui sono stati presidenti tra l'altro anche Mario Luzi e il premio Nobel Seamous Heaney)ed ebbi modo di tenere un discorso sulla necessità della poesia anche al Parlamento Europeo.

Gli Anni 90- La Poesia salva la vita, Voglio avere gli occhi azzurri,

Gli Anni Novanta sono stati caratterizzati da due pubblicazioni di rilievo, una all’inizio e una alla fine del decennio, la cui fortuna è stata tuttavia diversa.

Da tempo dopo l’uscita de L’Albero delle Parole andavo conducendo laboratori e corsi di aggiornamento sulla poesia, inoltre scrivevo di poetica su riviste , molto anche sulla rivista Andersen, riflettevo sul mio lavoro di traduzione e sulla mia stessa scrittura poetica raccogliendo così un ricco materiale che mi portò a concepire un saggio complessivo sulla poesia secondo una visione diversa da quella tradizionale e anche dalle teorie sulla poesia che andavano di moda, legate in quegli anni molto allo strutturalismo. La mia visione era invece influenzata come ho già accennato molto anche dai miei studi e dalla mia esperienza del pensiero orientale. Dopo una così lunga preparazione la stesura fu molto veloce e richiese poco più di un mese . Feci avere il manoscritto a Marco Vigevani che allora dirigeva la saggistica alla Mondadori e lui ci credette subito, benché in un primo momento il titolo che avevo scelto, La Poesia salva la vita, suggeritomi da quanto mi aveva raccontato l’architetto Ludovico Belgioioso di cui avevo presentato qualche tempo prima un libro di poesie molto belle, scritte nel campo di concentramento di Mathausen, sembrasse troppo azzardato . Il libro uscì nel settembre del 1992 con una copertina del pittore Treccani e accompagnato da un spilla gadget con la scritta La poesia salva la vita realizzata per l’occasione, che poi qualcuno si appuntò anche. Per questo libro andai al Costanzo Show e successivamente a tutte le più importanti trasmissioni televisive del tempo. La fortuna di questo libro , esaurita in poco più di un mese la prima edizione,è stata incredibile. Ci fu addirittura a Milano una sorta di manifestazione spontanea in piazza del Duomo che fu ripresa dai giornali, con pullman di bambini venuti da fuori Milano con palloncini che furono lanciati in aria, delegazioni delle più importanti associazioni ecologiche della città, a cominciare da Ciclobby e rappresentanti delle varie confessioni religiose presenti sul territorio compresa la Sinagoga. Anche un rappresentante dell’Arcivescovo uscì ad accoglierci sui gradini del Duomo da cui lo stesso architetto Belgioioso, personaggio emblematico di Milano, volle parlare. Alcune persone erano venute come volontarie a casa mia a stampare dei volantini da distribuire. Ci furono articoli anche sul Corriere della Sera nella pagina della cultura, un numero incredibile di recensioni e presentazioni e interviste. Il mio telefono squillava già alle otto del mattino. Il titolo mi fu richiesto per uno straordinario numero di manifestazioni e convegni. In seguito alcune persone che mi capitava di incontrare per la prima volta addirittura si emozionavano per il fatto di essermi presentate. Se dovessi raccontare tutto quanto è accaduto intorno a questo libro non finirei più. Ricorderò l’omonima trasmissione radiofonica che condussi su Radio Tre in otto puntate, avendo come ospiti tra gli altri, Carlo Bo, mons. Gianfranco Ravasi, Emilio Tadini, Lella Costa, Giampaolo Rugarli, Giulio Giorello, Alda Merini Nel 1998 il libro uscì negli Oscar Saggi dove è stato fino al 2008. Nel 2009 uscirà nei Tascabili della casa editrice Feltrinelli dove si troverà quindi riunita a questo punto tutta la mia opera di divulgazione riguardante la poesia.

Come probabilmente tutti i grandi successi, anche questo ha avuto le sue contropartite. Avevo letto tante volte di scrittori che si lamentavano di essere prigionieri del successo di un loro libro con il quale venivano costantemente identificati: li capisco perché è successo anche a me. Tanto che spesso all’ennesimo complimento mi veniva quasi da storcere il naso: insomma non era l’unica cosa che avevo scritto nella mia vita!e per prima cosa ero una poetessa.

D’altra parte è successa anche una cosa che mi stupì, soprattutto agli inizi: tutti gli addetti dai lavori sembravano essersi dimenticati di me come poetessa. Io credevo di aver fatto un servizio ai poeti, che figuravano quasi tutti almeno quelli di rilievo, imparzialmente, nelle mie pagine, e soprattutto alla poesia, che avevo cercato di diffondere e di fare leggere maggiormente, ma stranamente quasi subito si fece intorno a me un grande vuoto, e non fui più invitata, in quanto poetessa io stessa , da nessuna parte, né più per molto tempo a pubblicare su riviste. Dopo qualche anno tirando le somme mi resi conto che questo “ostracismo” datava proprio dalla pubblicazione della Poesia salva la vita. Nonostante tuttonon riuscivo a crederci , ma ne ebbi una conferma diciamo ufficiale nel 2001 quando qualcuno di ben inserito nell’ambiente letterario che mi stava presentando in occasione di un incontro con l’Autore, non ebbe remore a denunciare questa situazione pubblicamente .


foto di Antonio Ria fine Anni 80

Devo dire infatti che il successo del libro mi è venuto essenzialmente dal pubblico dei lettori, ma non mi ha mai valso nessun merito o titolo ufficiale per essere invitata a un convegno sulla poesia o altro del genere. Ed essendo un libro anomalo, non mi sono mai vista citata in tutti questi anni in nessuna delle operazioni che hanno coinvolto un discorso ad ampio raggio sulla nostra poesia. Insomma, da un punto di vista che potrei chiamare sia istituzionale sia di immagine, nonostante il suo successo, per il mondo letterario italiano La Poesia salva la vita non esiste!! Forse alcuni non hanno capito che non si tratta di un’antologia o di un manualetto per le scuole, ma che è un saggio basato su una riflessione profonda sulla scrittura poetica e su una concezione nuova, esistenziale, e a suo modo rivoluzionaria , e il suo successo è dovuto appunto a questo. Anche in questo caso sono stata chiamata soprattutto all’estero a tenere interventi su argomenti di poetica.

Per quanto riguarda la mia poesia quindi gli Anni Novanta hanno continuato a segnare e anzi ad aggravare un isolamento che del resto dura ancora oggi. Le cause sono probabilmente molteplici, ma ne posso elencare alcune: come non sono stata vicina allo sperimentalismo degli Anni Ottanta, non sono stata neanche vicina all’area molto attuale della poesia minimalista, cui anzi la mia poetica si oppone nettamente. D’altra parte già negli anni Ottanta nonostante il successo di Inganno Ottico mi erano state rifiutate alcune poesie dal comitato di redazione della allora famosa rivista Alfabeta adducendo che “si capivano troppo”. Questa della chiarezza, o preferirei chiamarla limpidezza, è sempre stata del resto una mia battaglia e una mia insopprimibile esigenza. Sia nella scrittura saggistica e critica sia nella poesia. In campo critico non ho mai messo di sostenerlo apertamente e mi sembra che in questi anni qualcun altro sia venuto dalla mia. Non bisogna confondere come spesso si fa la chiarezza con la semplicità e la superficialità. Sono nozioni completamente diverse. Ho sempre presente l’affermazione del pensatore francese Henri Daumal , che un testo deve avere due livelli di lettura: un primo chiaro e immediato che possa leggerlo anche un bambino, e un secondo invece complesso e profondo. E’ uno dei risultati che io ricerco quando scrivo poesia: testi apparentemente semplici ma che in realtà racchiudano intuizioni polisemiche profonde. Non sono così per esempio gli haiku? Io non scrivo haiku anche se certe mie composizioni sembrano assomigliare, ma sono vicina al loro spirito. Io penso invece che la mia poetica sia oggi attualissima e in accordo con i più recenti studi, per esempio, oltre alle speculazioni di Lucian Blaga, quelli di Hillman, o di Henry Le Saux, per fare solo qualche nome.

La mia personale posizione appartata rispetto ai gruppi e controcorrente rispetto alle poetiche imperanti, mi ha quindi lasciato in questi anni fuori circuito sia a livello editoriale sia a livello di considerazione critica, il che è poi un circolo vizioso, e assolutamente assente da tutte le antologie che sono apparse nel frattempo , come se non fossi mai esistita. Allora devo concludere che il mio lavoro poetico non è degno di alcuna attenzione, e che poeti come Caproni , Sereni, la Spaziani e lo stesso Bertolucci , il quale mi disse una volta che io ero una delle poche vere voci poetiche nel panorama italiano, come Giuseppe Conte, come Bernard Noël, come uno dei massimi poeti portoghesi viventi José Agostino Baptista, che sulle mie poesie si è commosso, critici come Marco Forti, Pontiggia, Mengaldo, Giovanni Tesio, Paolo Lagazzi , artisti come Carlo Mattioli, compositori di livello internazionale come Giovanni Sollima, tutti questi giudizi non hanno alcun valore?


Elisabetta Sgarbi

Del resto spesso anche al di fuori della poesia ho dovuto aspettare molti anni per vedere un mio libro pubblicato . E’ quanto è successo con le Storie di Simona che, dopo il felice esordio nel 1986, dovettero aspettare circa dieci anni per vedere ala luce, molto bene peraltro, da Bompiani, nel 1997, con il nuovo titolo Voglio avere gli occhi azzurri e in copertina un bel ritratto di bambina del pittore Usellini, nella collana di narrativa diretta da Elisabetta Sgarbi. Ricordo la mia sorpresa e la mia gioia, quando il libro uscì, nel vederne tappezzata una intera vetrina della Librera Rizzoli in Galleria a Milano.

Le Storie avevano avuto vicende alterne quasi romanzesche e contavano nel frattempo fans di grande qualità: ricorderò, oltre a Raffaele Crovi e a Giuseppe Pontiggia, il musicologo Quirino Principe, la famosa scrittrice Bianca Pitzorno, il naratore Giampaolo Rugarli. Una serie di sfortune, stranamente ripetitive, si abbatté sul libro subito dopo l’anticipazione di Crovi: Antonio Porta voleva farlo uscire alla Bompiani dove allora era direttore commerciale, ma proprio in quel periodo lasciò la casa editrice. Poi fu la volta di Natalia Ginzburg che voleva farlo uscire negli Struzzi ma anche in questo caso proprio in quel periodo si trovò in contrasto con l’editore e lasciò per alcuni anni l’Einaudi. Qualcosa di analogo successe con la Garzanti. Molti altri editori cui lo inviai invece lo rifiutarono perché secondo loro “era un libro di racconti e i racconti per definizione “non vendevano”. Per tutto questo soffrii intensamente per anni perché in quelle pagine avevo messo tutta me stessa. E del resto Crovi ,che era noto per correggere furiosamente qualsiasi manoscritto, nel mio caso non aveva cambiato un virgola. Rugarli scrisse addirittura un saggio intitolato “Simona o le ragioni della letteratura”che entrò nel suo libro di saggi Diario di un uomo a disagio, uscito in quegli anni daMondadori, in cui chiedeva che il libro venisse pubblicato. Il libro si componeva in effetti di brevi racconti successivi ma che costituivano un tutto unico, con la stessa protagonista , una bambina ispirata a mia figlia, di cui portava il nome, ma che rifletteva anche la mia infanzia, e disegnava la storia di un percorso dall’inizio ala fine dell’infanzia attraverso esperienze apparentemente minimali ma che segnavano ferite profonde ma anche la scoperta meravigliosa del mondo. Un libro in cui certo si sente l’eco di alcune letture da me bambina molto amate, soprattutto Alice nel Paese delle Meraviglie e Pel di Carota di Jules Renard. Qualche recensore doveva definire infatti Simona una nuova Alice. Alberto Bevilacqua, che non conoscevo, dedicò al libro due pagine intere sul settimanale Grazia, Cavalleri un lungo articolo su Studi Cattolici, monsignor Ravasi gli dedicò la sua rubrica su Avvenire. Il libro ebbe tre ristampe e molto passaparola , tuttavia non ebbe nessun premio. Così come stranamente non ne ebbe, tranne uno secondario a Catanzaro in cui Rugarli era nella giuria, La Poesia salva la vita. In Francia una parte del libro è stata adottata dal Ministero per l’insegnamento della lingua italiana.


Giampaolo Rugarli

Tuttavia le ragioni di una così lunga attesa prima della pubblicazione non furono, dovrei ritenere, solo legate a motivi contingenti ed editoriali, se si vuole credere, come io credo, avendolo vissuto, a questo avvenimento sorprendente . Era da poco morto mio padre e questo mi aveva profondamente abbattuto. Mi recavo così per delle sedute di una sorta di terapia energetica da una terapeuta greca , amica di una scrittrice greca che conoscevo, e che stranamente si era stabilita a Menaggio, sul lago di Como, dove anch’io dopo la morte di mio padre vissi per un periodo, affittando la mia casa di Milano. Devo pensare che questa persona fosse dotata di poteri particolari? Lei amava farlo credere. Comunque sia, ciò che avvenne è inspiegabile, ma non per questo meno reale. Un giorno mi sfogai con lei per le penose vicende del mio libro, ma senza nulla dirle riguardo al soggetto e ai contenuti del libro stesso. Immediatamente lei dichiarò che il libro non era finito e che prima avrei dovuto finirlo. Ricordo che mi irritai molto e le risposi male: con tutto il lavoro che avevo fatto no avrei potuto aggiungere una virgola al libro? Su questo lei mi chiuse la porta in faccia. Io certo non cambiai idea ritrovandomi da sola a casa. Bene: quella notte mi svegliai di colpo con una frase già formata i n testa e un impellente bisogno di scrivere. Poiché avevo a portata di mano solo un foglio di giornale per terra accanto al letto, ancora assonnata e maledicendo quest’ impulso inopportuno, tesi un braccio e lo raccattai e cominciai a scrivere su di esso quello che doveva essere un semplice appunto, ma non mi fermai se non dopo un paio d’ore. Esausta, spensi la luce e dormii di nuovo profondamente fino al mattino tardi . Non sapevo nemmeno io che cosa avevo scritto, ma quando il giorno dopo lo rilessi, mi accorsi che era un capitolo finale delle Storie e cambiava tutta la prospettiva del libro! A questo punto dovetti fare ammenda con la terapeuta greca e lei subito dichiarò: “Adesso sarà pubblicato”. Pochi giorni dopo mi telefonò del tutto inaspettatamente la Sgarbi per chiedermi di tradurre di nuovo Erica Jong e così pensai di proporle il libro. Non avrebbe dovuto peraltro all’inizio uscire da Bompiani? E questa volta uscì.

Perché racconto tutto questo? Forse solo per ripercorrere questa vicenda con lo stesso stupore di allora. Rischiando, magari, di passare per una frequentatrice di maghe.

Ma se qualcuno un giorno riuscirà a darmi una spiegazione di questo fatto che dovrei definire paranormale, e che non può essere semplice telepatia, gliene sarò grata.


Prima pagina del manoscritto originale delle Storie conservato nel Fondo di Archivi del ‘900 di Luigi Olivetti a Milano

Già da qualche anno Voglio avere gli occhi azzurri è uscito di catalogo per ragioni che mi sfuggono e spero che un giorno venga di nuovo recuperato. Mi sembra un destino iniquo per un libro di cui Crovi aveva proclamato pubblicamente che era “un classico della letteratura del Novecento”. Che si sia sbagliato anche lui? D’altra parte anche questo libro non mi ha procurato alcun posto, nemmeno piccolissimo, nella narrativa italiana, dove il mio nome semplicemente non esiste. Anche qui, del resto, sono controcorrente rispetto alla letteratura pulp e ai “nuovi narratori.”

Durante tutti gli anni in cui le Storie venivano rifiutate non riuscii più a scrivere una riga di narrativa. Ma questa è solo colpa mia. Per essere degli scrittori occorre avere molta energia, fisica e morale.

Accennerò solo brevemente ad altre attività e pubblicazioni degli Anni Novanta, che oltre a continuare l’opera di divulgazione e traduzione della poesia (nel 1996 pubblicai sempre da Feltrinelli una nova edizione molto accresciuta de L'Albero delle Parole, che rimarrà poi ancora oggi quella definitiva. Nel 1992 uscìfinalmente la traduzione del volume di Edmond Jabès, La memoria e la mano, ne Lo Specchio Mondadori. Nel 1997 uscì invece il poema di Bernard Noël, La caduta dei tempi, per Guanda ed ebbi il Premio Biella per la traduzione,)cominciai a perseguire anche un nuovo filone, che mi ha portato nel 2008 a fondare la rivista Poesia e Spiritualità: quello di un’interazione culturale interdisciplinare e multimediale.


Emilio Villa

Nel 1991 fondai a Milano il Premio Poesia Aperta con il patrocinio del Comune, della Cooperativa Librai Lombardi e delle Biblioteche Milanesi, che fu sponsorizzato dell'Italtel, ed ebbe sede alla Biblioteca Sormani e una giuria interdisciplinare, di cui fecero parte l’attrice di prosa Ottavia Piccolo, lo scultore Alik Cavaliere, la pubblicitaria Annamaria Testa, il pittore Eugenio Carmi, l’architetto Iacopo Gardella, lo psicoanalista Mauro Mancia, il disegnatore Guido Crepax. Una giuria che lavorò benissimo, assolutamente indipendente, e ne risultò un prestigioso riconoscimento al poeta Emilio Villa, che non conobbi mai personalmente e purtroppo non poté nemmeno venire ritirare il premio perché già ammalato (morì poi nel 2003).

Era stato ignorato per decenni:dopo di questo i premi fioccarono e ci furono mostre ed eventi legati al suo nome


Guido Crepax

Nel 1995 ideai per Internet, su sollecitazione di un amico provider friulano, il mio primo esperimento editoriale: allora internet era ancora agli inizi e questa fu forse in Italia la prima rivista interdisciplinare multimediale, con il titolo Millennium Cultura . Vi collaborarono tra gli altri Guido Crepax, il famoso disegnatore creatore di Valentina, l'architetto Pietro Laureano ed esponenti del mondo scientifico anche di università americane. Zanzotto mi diede un suo testo e alcuni preziosi consigli. Il primo numero fu presentato al Circolo della Stampa di Milano dall’allora direttore del Messaggero di Udine. Ma il progetto, accolto con interesse dalla stampa specializzata, si arenò presto per mancanza di fondi.

Nello stesso periodo il compositore Marlaena Kessick musicò un mio testo poetico per balletto L'Amor-Rosa, messo poi in scena al Festival di Asti.


Marlaena Kessick

Nel 1997 e nel 1998 fu invitata alla prima e alla seconda edizione del Festival di Mantova, rispettivamente per un workshop con i bambini cui partecipò con divertimento Inge Feltrinelli, e per un dialogo con la scrittrice Erica Jong da me tradotta.


Inge Feltrinelli

Durante la guerra contro la Serbia del 1999, come ho già anticipato, mi sono occupata di organizzare un Manifesto internazionale per la pace intorno a un messaggio scritto da Mario Luzi, cui aderirono tutti i nomi più famosi della cultura e dell'arte delle più diverse posizioni politiche.

Nel 1999 ripubblicai presso la Lietocollelibri il racconto per bambini Il fiore dell'agave, con in copertina un acquarello di Agnese Saponaro. Doveva poi essere messo in scena nel 2002 alla Libreria Tikkun da Giordana Moletta con la compagnia di ragazzi La Stella Danzante. Vi assistette ne fece una breve presentazione Isabella Fedrigotti.


Isabella Fedrigotti

Intanto usciva una mia piccola raccolta di versi, da un piccolo editore allora agli inizi, profondamente influenzata dall’opera di Bernard Noël, dal titolo significativo di Violenza (Dialogolibri1999) Scritta subito prima della guerra del 1999, sembrò poi quasi profetica. Ispirò alcune composizioni del maestro Giuliano Zosi.


Donatella Bisutti ospite della Lietocolle a Venezia per l’antologia Il segreto delle fragole nel 2005

Dal 2000 al 2008

In questi ultimi anni sono uscite all’estero diverse mie raccolte/antologie di , nediti in Italia. Ricorderò nel 2000 La nuit dans sa cloture de sang, uscita in Francia , in edizione bilingue, con la traduzione di Bernard Noël e Jean-Jacques Boin, Editions Unes, Draguignan).Nel 2000 l'antologia per la Spagna Poesia Italiana Contemporanea che riunisce 12 poetesse, a cura di Emilio Coco, Madrid 2000.

Nel 2002 La vibraciòn de las cosas, tradotto da Emilio Coco, ed. bilingue, pubblicato in Spagna presso le edizioni SIAL, che avevano già pubblicato la Spaziani e la Anedda. Negli Stati Uniti è uscita nel 2007 l’antologia bilingue The Game tradotta da Emanuel di Pasquale e Adeodato Piazza Nicolai (Gradiva Publications, New York).

A mia volta ho pubblicato nel 2001 la traduzione completa degli Extraits du corps di Benard Noël nello Specchio Mondadori. Ho curato anche un'antologia di poeti italiani in neerlandese, Il Polline delle stelle, ed. Il Point, 2000.

Nel 2001 ho pubblicato anche un’altra fiaba per bambini: Lucio e la luce della luna( ed Campanotto.).

Nel 2002 ho iniziato un’ attività editoriale ideando per gli Archivi del ‘900 la collana A Mano Libera, ispirata all’idea dell’importanza del testo autografato come fatto di trasmissione creativa tra mano e cervello. Sono finora usciti testi inediti autografi della Spaziani (Poesie della mano sinistra), Luzi(Il fiore del dolore) e Adonis, (In onore del chiaro e dello scuro), con acqueforti originali a tiratura limitata di artisti contemporanei rispettivamente Anna Maria Di Brina, Adalberto Borioli, Michel Roncerel.


Adonis

Nel 2002 ho anche iniziato una nuova rubrica per la rivista Poesia di Crocetti, che tengo tuttora, dal titolo Poesia italiana nel mondo.

Sempre nel 2002 ho ripreso alcune poesie già apparse in Inganno Ottico e in Penetrali più altre inedite per farne una raccoltina tematica da regalare agli amici, dal titolo Piccolo bestiario fantastico (Viennepierreedizioni), benissimo illustrata da .Anna Maria Di Brina.


con Alberto Casiraghi a Saorge in Francia in occasione di una mostra del PulcinoElefante da me organizzata per l’Associazione Les Fioretti nel 2005

Un evento importante è stato invece, come ho già accennato, la sospirata pubblicazione postuma dell’opera completa edita e inedita di Fernanda Romagnoli dal titolo Il Tredicesimo invitato e altre poesie (Scheiwiller 2003 ), per la quale ho lottato strenuamente, forse riconoscendomi in qualche modo, e con qualche presunzione, se così posso dire, nell’oblio del suo destino. Ma ci vorrebbe un nome ben più importante del mio per riscattarla in maniera definitiva dalla nebbia che ancora l’avvolge. Uno di quei grandissimi nomi che purtroppo oggi non ci sono più.


Fernanda Romagnoli

Ma la pubblicazione per me più importante, per cui di nuovo dopo anni un mio testo significativo finalmente è venuto alla luce in Italia, è stata quella del poema mistico Colui che viene, pubblicato per interessamento del critico Giovanni Tesio da Interlinea nel 2005, per mio espresso desiderio non nella collana di poesia ma in quella di testi mistici, Passio, con una prefazione di Mario Luzi e una postfazione del poeta mistico fiammingo Erik Van Ruysbeek. Il pittore Albero Schiavi, che in questi anni ha riattualizzato l’arte sacra in forme vicine all’astrazione, ha dipinto per l’occasione la bella immagine che figura sulla copertina . Il testo, era già stato pubblicato in Belgio nel 1999 con il patrocinio della Commissione Europea in edizione bilingue italiano neerlandese con il titolo Hij Die Komt (ed.Les Sept Dormants, Bruxelles), nella traduzione del poeta Eugene Van Itterbeek. Scritto in Grecia, nell’isola di Patmos, come ho già accennato è ispirato all’Apocalisse, ma soprattutto cerca un sintesi delle mie esperienze e letture mistiche. Anche questo testo, benché in modi diversi da Inganno Ottico, rispecchia la percezione di una medianità della scrittura poetica e di una sua valenza profetica e della sua nascita e stesura ho scritto per un’antologia curata da Luisella Carretta e Vincenzo Ampolo, dal titolo La transe nell’arte. Il poema era già stato recitato a più voci nel febbraio del 204 a Milano alla Corsia dei Servi, con proiezione di un video realizzato da Giorgio Longo, ed è stato successivamente rappresentato in altri santuari come oratorio. Ne uscirà fra breve una traduzione in Spagna di Emilio Coco. Colui che vieneha ricevuto nel 2006 il SuperPremio Camposampiero per la poesia di ispirazione religiosa e il Premio della Giuria dei Lettori Davide Turoldo, e ha avuto una segnalazione speciale al Premio Bertolucci. Il compositore Gilbert Trem ne ha fatto recentemente un CD e in collaborazione con l’artista di video poesia Giorgio Longo un DVD.


Foto apparsa su Repubblica per Colui che viene nel 2005

Dopo che L’Albero delle parole era stato ripubblicato nel 2002 nella collana Feltrinelli Kids ( 2002), nel 2008 si è aggiunto a distanza di trent’anni, nella stessa collana, un nuovo nato che sembra avere successo, Le Parole Magiche, illustrato splendidamente da Allegra Agliardi, uno studio sul linguaggio in forma di gioco. E così adesso con la prossima riedizione in tascabile de La Poesia salva la vita, questo mia opera di divulgazione acquista compattezza e coerenza e si presenta come un tutto unico, un percorso completo attraverso la poesia, un lavoro, credo di poter dire, unico nel suo genere, che mi auguro costituisca negli anni uno strumento fondamentale per la nostra scuola.

Infine nell’aprile del 2008 è uscito il primo numero della nuova rivista da me diretta, dal titolo Poesia e Spiritualità, cui collaborano poeti e studiosi di varie discipline. Ho scritto anche una raccoltina di aforismi dal titolo La parte dell’innocenza.


Foto di Gianfranco Mura per l’antologia La parola il ritratto 2006

Dal 2006 vivo buon parte dell’anno nell’isola di Madera, in Portogallo, ponendo particolare attenzione agli scambi fra l’Italia e questo Paese.



To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information